Ad annunciarle fiori, che per Profumo o discendenza ricordano le rose. Fiori i delicati, bianchi, che intorno alla Pasqua punteggiano i rami con mazzetti ridenti e imbiancano pianure e colline con una neve di petali rotondi. Loro, le ciliegie, arrivano più tardi, quando a maggio incarnano la primavera già sbocciata e occhieggiano dagli alberi con spiritose sfere porporine. Lucide, pendule da rametti di smeraldo. E soprattutto rosse. Le conosciamo così, allegre e seduttive per casanoviana associazione (una tira l'altra), ma non è abbastanza. Queste piccole drupe, nella dieta dell'uomo da millenni (noccioli di ciliegie sono stati ritrovati durante scavi risalenti al Neolitico), per storia, virtù e genere hanno molto da raccontare. A cominciare dalla pianta arborea da cui derivano. Originario dell'Asia Minore, il ciliegio si è diffuso in Egitto sin dal VII secolo a.c. In Italia, invece, la sua presenza è fatta risalire al 68 a.c. quando il console romano Lucio Licinio Lucullo, raffinato estimatore del buon cibo, portò dalle regioni del Ponto i primi semi per riprodurre quei deliziosi bocconcini che aveva potuto assaggiare. Antiche quindi, di terre lontane. E anche di svariate identità. Plinio il Vecchio, per esempio, nella sua Naturalis Historia (libro XV) ne citava già diverse varietà, tra cui l'Aproniana (la più rossa), la Lutatzia (scurissima) e la Caeciliana (decisamente tonda). E in effetti le ciliegie sono racchiuse in svariate categorie, tutte da conoscere per apprezzarle al meglio. Innanzitutto anche i ciliegi non sono uguali. Le ciliegie sono il frutto di due specie di alberi della famiglia delle Rosaceae (la stessa delle rose): il Prunus avium (ciliegio dolce) e il Prunus cerasus (ciliegio acido). |